Monopolio illegale nella ricerca online? Google impugna la sentenza antitrust: “siamo i migliori”

Monopolio illegale nella ricerca online google antitrust
  • Google ha presentato appello contro la sentenza del 2024 che la dichiarava monopolista illegale nella ricerca online, sostenendo di aver raggiunto il primato attraverso innovazione e merito.
  • L'obiettivo principale dell'appello è eliminare l'obbligo di condividere i dati di ricerca con i concorrenti, in particolare con le aziende di AI generativa come OpenAI.
  • Se la Corte d'Appello del Distretto di Columbia respingesse il ricorso, Google potrebbe portare il caso fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Nel 2024 un tribunale statunitense aveva stabilito che l’azienda di Mountain View aveva costruito e mantenuto un monopolio illegale nella ricerca online. Google, due anni più tardi, ha depositato un appello formale contro la decisione del giudice federale Amit Mehta e la battaglia legale si sposta ora davanti alla Corte d’Appello del Distretto di Columbia.

Monopolio illegale nella ricerca online? Google non ci sta

Nel ricorso presentato alla U.S. Court of Appeals for the District of Columbia Circuit, Google sostiene che il giudice Mehta abbia commesso errori giuridici nella valutazione dei fatti. La tesi centrale dell’azienda è semplice: la propria posizione dominante nel mercato della ricerca non sarebbe il frutto di condotte anticoncorrenziali, ma il risultato di lavoro, innovazione e scelte commerciali vincenti. In sostanza, Google ritiene di aver guadagnato il primato sul merito e non attraverso pratiche sleali.

La sentenza originale aveva accertato che Google aveva stipulato accordi di distribuzione esclusivi per garantirsi lo status di motore di ricerca predefinito su miliardi di dispositivi, dai browser agli smartphone Android. Una prassi che, secondo Mehta, aveva artificialmente sbarrato la strada ai concorrenti. Dopo quella pronuncia, il presidente degli affari globali di Google, Kent Walker, aveva anticipato l’intenzione di ricorrere in appello.

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Nel settembre 2025 era arrivata la sentenza sui rimedi: Google aveva ottenuto di non dover scorporare Android e Chrome, ma era stata obbligata a condividere i propri dati di ricerca con i concorrenti. È proprio questa misura correttiva il vero obiettivo dell’appello attuale. Non si tratta quindi soltanto di cancellare la condanna, ma di eliminare le restrizioni operative imposte per porvi rimedio.

Vicende simili non sono una novità per il settore: anche la Commissione Europea ha imposto ad Android di aprirsi ai servizi AI di terze parti, seguendo una logica analoga a quella del DOJ americano.

Il nodo dei dati e le aziende AI

Il punto più sensibile dell’intera vicenda riguarda l’intelligenza artificiale. Tra i destinatari della condivisione obbligatoria dei dati di ricerca figurano anche aziende che sviluppano prodotti di AI generativa, come OpenAI. Google si oppone duramente a questa parte della misura, adducendo una motivazione tecnico-temporale: i prodotti di AI generativa non esistevano nel periodo coperto dall’indagine del Dipartimento di Giustizia, quindi non avrebbe senso includerli nell’ambito dei rimedi imposti.

La posizione di Google è comprensibile da un punto di vista strategico: cedere dati di ricerca a un concorrente nel campo dell’AI significherebbe potenzialmente addestrare modelli rivali con il patrimonio informativo accumulato in decenni di indicizzazione del web. Un vantaggio competitivo che l’azienda non intende cedere per via giudiziaria.

  • Agosto 2024: il giudice Mehta dichiara Google colpevole di monopolio illegale nella ricerca
  • Settembre 2025: la sentenza sui rimedi impone la condivisione dei dati, ma salva Android e Chrome
  • Maggio 2026: Google deposita l’appello alla Corte del Distretto di Columbia, contestando sia la condanna sia i rimedi
  • Prossimo step: se la Corte d’Appello respinge il ricorso, Google potrebbe rivolgersi alla Corte Suprema degli Stati Uniti
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Cosa succede adesso e perché conta

Il procedimento d’appello si preannuncia lungo. Le corti federali americane non operano con tempi rapidi su cause di questa complessità e le parti potranno presentare memorie, udienze e controrepliche per mesi, se non anni. Se anche la Corte d’Appello dovesse confermare la sentenza di primo grado, Google ha già un’ultima opzione: il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Al di là degli esiti giudiziari, questa vicenda pone una domanda strutturale che l’industria tecnologica non può ignorare: fino a che punto il dominio di una piattaforma su un mercato digitale è il prodotto legittimo dell’innovazione, e da quale soglia diventa una barriera all’ingresso che distorce la concorrenza? La risposta che darà il sistema giudiziario americano avrà conseguenze ben oltre Google, toccando il modo in cui i regolatori di tutto il mondo guardano al potere delle grandi piattaforme nel settore dell’AI.

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