- Il nuovo rapporto di Common Sense Media definisce ChatGPT for Teens un rischio inaccettabile per gli adolescenti
- OpenAI replica contestando il metodo di valutazione e rivendicando i dati sull'uso quotidiano
- I segnali di engagement restano attivi perfino nelle risposte alle crisi psicologiche
Il nuovo rapporto di Common Sense Media definisce ChatGPT for Teens un “rischio inaccettabile” per gli adolescenti. Al centro della critica non c’è un singolo contenuto sbagliato, ma l’architettura del prodotto: un sistema che continua a trattenere l’utente anche quando dovrebbe interrompere.
Perché Common Sense Media boccia ChatGPT for Teens
La valutazione arriva dopo una sequenza di suicidi adolescenziali e contestazioni legate all’uso dei chatbot, come ad esempio quelli relativi alla dipendenza emotiva. In quel contesto OpenAI aveva lanciato ad agosto 2026 ChatGPT for Teens promettendo controlli parentali, limiti ai contenuti a rischio e tutele contro la dipendenza affettiva.
Il problema, scrive il gruppo no-profit, è che le promesse non hanno modificato l’incentivo strutturale. Il chatbot resta progettato per massimizzare l’attenzione e lo fa con segnali conversazionali che spingono a proseguire il dialogo anche quando le risposte dovrebbero essere di arresto.
Cosa rivela il test sulle crisi psicologiche
Particolarmente indicativa è la sequenza su una crisi psicotica. Di fronte a un utente in difficoltà, ChatGPT ha risposto: “Puoi continuare a parlare con me di ciò che stai notando”. Una frase apparentemente empatica che però invita a restare nel canale digitale anziché uscire verso una relazione umana.
Nel campione analizzato, il chatbot indirizzava verso un adulto fidato nel 94% delle crisi causate da altre persone. Quando invece il rischio era il rapporto con il chatbot stesso, quella spinta verso l’adulto spariva quasi del tutto.
Perché i richiami di pausa funzionano poco
Anche i break reminder introdotti come funzione protettiva raramente scattavano. Su quasi 2.000 prompt, i tester ne hanno incontrati solo due, entrambi dopo conversazioni di circa 90 minuti. Il meccanismo sembra misurare la durata della singola sessione, non l’esposizione cumulata giornaliera dell’adolescente.
E qui il dato si complica. OpenAI ha pubblicato mercoledì i propri numeri: gli adolescenti userebbero ChatGPT for Teens meno di 15 minuti al giorno in media, e solo il 2% supererebbe le tre ore consecutive. In quasi metà dei casi con promemoria, il ragazzo interrompeva entro cinque minuti.
Il nodo resta il design orientato all’engagement
La contestazione metodologica di OpenAI è legittima, ma non cancella il pattern osservato da Common Sense: frasi che comunicano disponibilità totale, intimità e reciprocità. Sono segnali che funzionano benissimo nei social network e che rischiano di funzionare troppo anche nei chatbot.
Se i primi social spingevano notifiche e feed infiniti, oggi ii chatbot replicano la logica usando un registro conversazionale più caldo. Il risultato, però, è molto simile: un’azienda che monetizza attenzione e utenti che faticano a distinguerla dall’affetto.
Il CHATBOT Act, proposta bipartisan negli Stati Uniti, prova a intercettare proprio questo meccanismo, citando premi, notifiche e pubblicità mirata come leve dell’engagement adolescenziale. Finché il modello resterà ottimizzato per la permanenza, ogni “continuiamo pure” potrebbe essere una promessa gentile e, al tempo stesso, un invito a restare all’interno di una spirale progettata allo scopo di massimizzare il tempo sulla piattaforma, similmente a quanto avviene con i social di Meta secondo l’UE.
Il livello visivo resta fuori dalla valutazione
C’è un dettaglio che dice molto sullo stato dell’arte: la batteria di test del Youth AI Safety Institute non ha riguardato la generazione di immagini, le personalizzazioni di stile e tono, la modalità vocale né le chat di gruppo. Sono esattamente gli strati in cui ChatGPT for Teens somiglia di più a un social, e sono rimasti fuori dal perimetro di verifica. Chi scarica l’app oggi trova un onboarding in cinque schermate che invita a condividere le immagini generate e a scegliere colore e voce “in base al proprio vibe”: due scelte estetiche che trasformano un assistente in un oggetto identitario, con un valore affettivo che nessuna scheda tecnica misura.
La dimensione monetaria non è secondaria. OpenAI ha introdotto la pubblicità negli Stati Uniti a gennaio 2026 e ad agosto ha esteso il formato a Regno Unito, Messico, Brasile, Giappone e Corea del Sud; nell’ottobre 2026 ha annunciato un test di annunci visualizzati dentro il flusso di generazione delle immagini, promettendo etichette chiare e una separazione grafica fra risultato generato e contenuto sponsorizzato. È lì che si gioca la prossima partita: quando l’immagine diventa parte della conversazione, anche l’attenzione pubblicitaria entra nello stesso spazio visivo in cui un adolescente cerca supporto emotivo.
Cosa fanno davvero le notifiche ai genitori
Sul lato delle tutele, i dati pubblicati insieme alla valutazione confermano il sospetto degli attivisti. In una dozzina di account gratuiti appena creati e collegati a un profilo genitore, nessun allattamento è arrivato: ragazzine che parlavano apertamente di suicidio, autolesionismo o disturbo alimentare non hanno prodotto nemmeno un avviso nelle prime ore. Le poche notifiche ricevute durante settimane di test sono arrivate da account con storia consolidata, e una è arrivata con tre giorni di ritardo, senza indicazione dell’orario della conversazione. OpenAI ha precisato dopo la revisione che i conti devono restare collegati per circa tre ore prima che gli avvisi scattino.
Anche la modalità Studio, presentata come argine al cheating, si disattiva con un gesto elementare: chi rimuove il prefisso @study esce dalle Study Hours, e il pulsante “Show me the answer” salta il tutoring e consegna la risposta pronta. Un guardrail che si smonta con un cancelletto non è un guardrail, è un’impostazione predefinita che dura finché l’utente non la nota.
Scala, precedenti e numeri da monitorare
Il contesto aiuta a leggere la bocciatura. A settembre 2026 ChatGPT dichiarava oltre un miliardo di utenti attivi settimanali, e secondo l’AI Census 2026 il 67% dei ragazzi fra i 9 e i 17 anni ha già usato un chatbot. Non è un prodotto nuovo: Common Sense Media aveva valutato ChatGPT “High Risk” il 23 ottobre 2025 e “Unacceptable Risk” del 14 novembre 2025 per gli strumenti di supporto alla salute mentale, e già a gennaio 2026 OpenAI annunciava il riconoscimento automatico dell’età tramite machine learning, basato su orari, pattern d’uso e argomenti.
Il precedente giuridico conta quanto quello tecnico. Il patteggiamento da 18 miliardi di dollari distribuito in dieci anni fra Meta e 29 stati Usa ha trasformatone gli stati in laboratorio normativo del design dipendente, e la stessa logica si applica oggi ai chatbot.
Su quel fronte si muove anche chi porta l’intelligenza artificiale dentro i dati sanitari, come Perplexity Health, che aggrega cartelle cliniche e dispositivi indossabili promettendo di indicare quando serve un medico vero: un segnale che il settore sta spostando l’asticella dalla performance all’affidabilità. Vale anche per le classifiche delle capacità, dove modelli come GPT-6 Astra rincorrono prestazioni sempre più difficili da confrontare con criteri condivisi. Finché sicurezza e valutazione resteranno separate, ogni novità visiva arriverà prima della sua verifica.






