Secondo la Cina i rischi esistenziali dell’AI sono solo un trucco degli USA

Due mani stringono un chip AI su uno sfondo diviso tra bandiere USA e Cina
  • Il Global Times accusa Dario Amodei di usare la sicurezza AI per contenere la Cina
  • Il 72% dei cinesi si fida dell'AI, contro il 32% degli americani
  • Pechino teme più la supremazia tecnologica USA che le AI fuori controllo

La narrativa occidentale sul rischio esistenziale AI si scontra con un muro di scetticismo in Cina. Secondo un’analisi di Lily Kuo per il New York Times, i timori di estinzione sollevati dai laboratori di OpenAI e Anthropic vengono percepiti in Cina come un prodotto culturale straniero o, peggio, come un pretesto strategico per rallentare le aziende AI cinesi.

La sfiducia ha un nome e un volto. Il quotidiano nazionalista Global Times ha definito l’appello alla sicurezza di Dario Amodei, CEO di Anthropic, come portatore di un’agenda nascosta, legata alle restrizioni hardware che gli Stati Uniti impongono a Pechino.

Perché la Cina diffida dei rischi esistenziali AI?

Per Pechino, la priorità è il controllo politico e la stabilità sociale. Il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin ha attaccato le “pratiche egemoniche” americane, citando le liste di entità, i controlli tecnologici e gli ecosistemi closed-source come strumenti di frammentazione industriale, non come misure di sicurezza.

La percezione del rischio è radicalmente diversa. Gli Stati Uniti temono agenti AI che sfuggono al controllo, come le decine di migliaia di incidenti di sicurezza (sandbox escapes, hijacking) attualmente investigati da OpenAI e Anthropic. La Cina guarda a un’altra minaccia: che Washington usi l’AI come arma cibernetica e militare.

Quanto si fidano i cinesi dell’AI?

Il divario culturale è netto. Un sondaggio Edelman del 2025 rivela che il 72% dei cinesi si fida dell’AI, contro appena il 32% degli americani. La Cina opera in un ambiente regolatorio top-down, con standard nazionali che governano dati, privacy e contenuti proibiti, rendendo difficile e rischioso per i ricercatori locali esprimere timori apocalittici.

La corsa tecnologica alimenta il sospetto. I laboratori cinesi come DeepSeek, Moonshot e Alibaba hanno ridotto drasticamente il gap con i modelli frontier americani. Nel frattempo, agenzie federali USA come FBI e NSA accusano le aziende cinesi di furto su scala industriale (distillation) di proprietà intellettuale americana.

“In superficie, appare come una ‘dichiarazione razionale’ focalizzata sulla sicurezza globale dell’AI. Una lettura ravvicinata, tuttavia, rivela la sua agenda nascosta: l’articolo è pieno di disposizioni di contenimento mirate alla Cina ed è, in essenza, un “playbook della Guerra Fredda” per il settore AI.”

È l’editoriale del Global Times che riassume il sentimento dominante, isolando la tesi che la sicurezza AI sia uno strumento di guerra commerciale. I modelli cinesi avanzano, ma la narrativa americana li descrive come una minaccia alla sicurezza globale, e Pechino rifiuta il quadro.

C’è una via d’uscita diplomatica?

Il summit Trump-Xi previsto a Washington tra circa due settimane cercherà di colmare questo vuoto. Il Ministero del Commercio cinese ha confermato l’accordo per un dialogo intergovernativo sull’AI, ma le aspettative di svolta sono basse.

La diffidenza reciproca è strutturale. Washington teme che la cooperazione dia a Pechino accesso a tecnologie dual-use. Pechino considera la sicurezza americana un pretesto per frenare il suo sviluppo. L’account CCTV Yuyuantantian ha fissato le condizioni: gli USA devono garantire che le loro aziende rispettino le regole, e va fatta una distinzione netta tra minacce di sicurezza genuine e mera competizione tecnologica.

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La domanda vera, come suggerito dalla fonte CCTV, non è se governare l’AI, ma chi debba definire i confini di sicurezza dei modelli frontier. La risposta determina chi governerà l’economia digitale del prossimo decennio.

La Cina ha un’agenda interna: diffondere l’AI nel 90% dell’economia

La diffidenza di Pechino verso la narrativa esistenzialista occidentale è coerente con una strategia industriale che ha obiettivi precisi e scadenze pubbliche. Il 26 agosto 2025 il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato le linee guida per l’iniziativa “AI+“, un piano che fissa target quantificati: entro il 2027 la penetrazione di terminali intelligenti di nuova generazione e agenti AI nei sei settori chiave (manifattura, agricoltura, sanità, istruzione, finanza, trasporti) deve superare il 70%, mentre entro il 2030 l’obiettivo dichiarato è integrare l’AI in circa il 90% dell’economia.

Si tratta di un documento operativo, non di una dichiarazione di principio: prevede finanziamenti statali, infrastrutture dati e coordinamento tra governi locali. In questo quadro, le richieste americane di “rallentare la frontiera” appaiono a Pechino come un freno diretto a un piano che il governo ha già messo in moto con date e percentuali.

Il paragone con il passato è esplicito. L’iniziativa AI+ ricalca deliberatamente la strategia “Internet+” della metà degli anni 2010, quando Pechino usò capitali privati e fondi statali per diffondere le applicazioni internet nell’economia reale. All’epoca funzionò: il finanziamento azionario cinese per le startup AI passò dall’11% dell’investimento globale nel 2016 al 48% nel 2017, superando gli Stati Uniti. Ma la Carnegie Endowment for International Peace, in un’analisi pubblicata a settembre 2025, avverte che la formula non si trasferisce automaticamente all’AI.

L’integrazione di modelli generativi richiede anni di sviluppo per funzionare in contesti specifici: un ospedale non può semplicemente installare un chatbot e definirlo “healthcare AI”. Servono cicli di ricerca e sviluppo lunghi e il capitale disponibile in Cina è in contrazione. Nel secondo trimestre 2025 il finanziamento VC cinese è sceso a 4,7 miliardi di dollari, il livello più basso in un decennio, con un calo di quasi il 50% su base annua. La Cina ha un’ambizione enorme e un ecosistema di capitale che fatica a sostenerla.

La crisi occupazionale cinese: 12,7 milioni di laureati e un tasso di disoccupazione giovanile al 18,9%

La narrativa occidentale sul rischio esistenziale AI è percepita in Cina come astratta perché il paese ha un problema immediato, concreto e politicamente sensibile: l’impatto dell’AI sul lavoro. Ad agosto 2026 il tasso di disoccupazione giovanile (16-24 anni, escludendo gli studenti) ha raggiunto il 18,9%, in crescita dal 17,9% di luglio secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica.

Nella stessa estate, 12,7 milioni di studenti universitari si sono laureati, il numero record di giovani in ingresso in un mercato del lavoro già sotto pressione. Il tasso di disoccupazione per la fascia 25-29 anni è salito al 7,5%, mentre quello complessivo è passato dal 5,2% al 5,3%.

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Il governo cinese non può permettersi di trattare l’AI come un rischio apocalittico. Deve presentarla come una leva di crescita in un momento in cui la domanda interna è debole, la fiducia dei consumatori è in calo e il settore immobiliare è in crisi. L’IA rischia di aggravare la crisi occupazionale proprio perché le aziende stanno già usando i modelli per sostituire o rimodellare i ruoli di ingresso, e i giovani laureati sono i più esposti.

Per Pechino, frenare lo sviluppo AI significherebbe frenare la principale risposta alla disoccupazione giovanile. Non è un caso che il ministro Chen Yixin parli di “pratiche egemoniche” e di “frammentazione industriale”: nella percezione cinese, la sicurezza AI americana è un freno allo sviluppo economico cinese.

La sicurezza AI esiste in Cina, ma segue un altro approccio

Non è vero che in Cina non si parli di sicurezza AI. Esiste un’intera infrastruttura normativa, con standard tecnici e obblighi di conformità. Il GB/T 45654-2025, “Requisiti di sicurezza di base per i servizi generativi di intelligenza artificiale”, è entrato in vigore il 1 novembre 2025 e copre dati di addestramento, privacy, sicurezza e contenuti proibiti. Il GB 45438-2025, obbligatorio dal 1 settembre 2025, impone etichettatura esplicita e implicita per tutti i contenuti generati dall’AI. Il comitato tecnico TC260 gestisce un framework di governance con soglie di superamento per i servizi generativi e le aziende devono presentare rapporti di valutazione firmati dal rappresentante legale, dal responsabile della sicurezza e dal responsabile della conformità legale.

La differenza è nel tipo di rischio che questi standard affrontano. Il GB/T 45654 non si occupa di agenti AI che sfuggono al controllo o di scenari di estinzione. Si occupa di contenuti illegali, violazioni della privacy, deepfake e allineamento con i valori nazionali. È una sicurezza pensata per la stabilità sociale, non per la sopravvivenza della specie.

Sarah Sun, fondatrice di Open Community for AI Safety China a Shanghai, ha riconosciuto che il dibattito americano sui rischi AI ha contribuito a stimolare discussioni in Cina, ma l’ecosistema di ricerca sulla sicurezza resta piccolo. A WAIC 2026, il presidente Xi Jinping ha menzionato esplicitamente i rischi di perdita di controllo, ma il sistema regolatorio cinese continua a privilegiare il controllo politico e la conformità ai contenuti proibiti rispetto all’analisi dei rischi di lungo termine.

Il precedente che spiega la sfiducia: Internet+ e il controllo statale

La sfiducia cinese verso la narrativa americana sulla sicurezza AI ha un precedente storico preciso. Durante la fase Internet+ (2015-2019), Pechino sperimentò cosa succede quando le aziende tecnologiche occidentali parlano di “sicurezza” e “valori” mentre chiedono accesso ai mercati cinesi. Il risultato fu una stretta regolatoria progressiva che culminò nelle misure sulle piattaforme di dati, nelle restrizioni antitrust contro Alibaba e Tencent e nella creazione del sistema di valutazione della sicurezza dei dati per le IPO all’estero. L’esperienza insegnò a Pechino che le narrazioni di sicurezza possono precedere barriere commerciali e altre restrizioni di mercato.

Questo schema si ripete con l’AI. Quando Amodei chiede un rallentamento globale, il Global Times conta 12 menzioni della Cina nel suo saggio e legge il testo come un documento di contenimento. Quando OpenAI e Anthropic denunciano il furto di proprietà intellettuale via distillation, Pechino risponde che la vera minaccia è l’uso dell’AI come “arma cibernetica e militare” da parte di Washington. Il pattern è identico a quello osservato durante la guerra commerciale dei chip: ogni richiesta americana di “cooperazione sulla sicurezza” viene letta come un tentativo di consolidare il vantaggio competitivo cinese.

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Il punto cieco: i guardrail occidentali frenano anche la ricerca di sicurezza legittima

Un aspetto che alimenta la sfiducia cinese è meno discusso in Occidente. I guardrail dei modelli AI di Anthropic e OpenAI, progettati per impedire usi malevoli, frenano anche i ricercatori di sicurezza legittimi che tentano di testare i modelli contro attacchi reali. Questo crea un paradosso che Pechino usa come argomento: se i modelli americani non permettono nemmeno la ricerca di sicurezza indipendente, la “sicurezza” diventa una black box proprietaria che nessuna autorità esterna può verificare. I guardrail frenano i ricercatori di sicurezza legittimi e la Cina usa questo fatto per sostenere che la sicurezza AI americana è una questione di controllo commerciale, non di protezione genuina.

La posizione di Jensen Huang, CEO di Nvidia, aggiunge un elemento di confusione. Mentre Amodei e Altman chiedono freni per la sicurezza, Huang dice no alla regolamentazione e chiede test più accurati, non nuove leggi. Questa divergenza all’interno dell’industria americana alimenta la narrativa cinese secondo cui la sicurezza AI è un argomento strategico, non un principio condiviso. Se i laboratori più avanzati non sono d’accordo su cosa significhi “sicuro”, Pechino conclude che la sicurezza è un’etichetta di marketing per la guerra commerciale.

La corsa dei modelli cinesi e il costo della sicurezza

Il sospetto cinese ha una base economica. Ogni volta che esce un nuovo modello AI cinese, i mercati reagiscono, e la percezione è che i costi della sicurezza americana siano un peso competitivo che Pechino non può permettersi. DeepSeek ha dimostrato che si possono avvicinare le performance frontier con risorse significativamente inferiori. Alibaba, Z.AI, Minimax e Moonshot hanno iterato rapidamente. Ma i laboratori cinesi restano indietro rispetto ai sistemi americani più avanzati e questo ritardo dà loro meno incentivo a vincolare volontariamente lo sviluppo. La sicurezza, nella lettura cinese, è un lusso che Pechino non può permettersi finché il gap non è colmato.

La risposta diplomatica che Xi Jinping ha proposto a Nuova Delhi, un patto globale di governance AI basato su “open source, apertura, collaborazione e condivisione”, è coerente con questa logica. Non è una proposta di sicurezza nel senso occidentale. È una proposta di accesso: l’AI deve essere aperta perché la Cina deve poterla usare per l’AI+ e per colmare il divario occupazionale.