L’assistente AI di OpenAI che si muove e vuole sostituire lo smartphone

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  • OpenAI sta sviluppando un assistente vocale AI senza schermo, portatile, con elementi meccanici che lo fanno sembrare vivo
  • Il dispositivo è guidato da Jony Ive e Tang Tan, entrambi ex Apple, e punta a integrare tutte le funzionalità di ChatGPT
  • Apple ha fatto causa a OpenAI per furto di segreti industriali: il lancio, previsto per il 2027, potrebbe slittare

OpenAI sta lavorando a un dispositivo hardware che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe superare lo smartphone come punto di accesso all’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Secondo quanto riferito da una fonte interna all’azienda al giornale economico Bloomberg, si tratterà di un assistente vocale portatile senza schermo, pensato per stare in casa e in grado di spostarsi da una stanza all’altra grazie a una batteria ricaricabile.

Cosa sappiamo sul dispositivo OpenAI

La descrizione che emerge dall’articolo di Bloomberg va ben oltre quella di uno speaker intelligente tradizionale. Il dispositivo sarà alimentato da una versione avanzata della modalità vocale di ChatGPT, la funzione già disponibile che punta a rendere le conversazioni con l’AI più naturali e meno meccaniche. Tra le funzioni previste ci sono il controllo della domotica, la riproduzione di contenuti, la gestione di messaggi e risposte a domande, in sostanza tutto ciò che oggi ChatGPT sa fare, ma incapsulato in un oggetto fisico.

L’elemento che distingue questo prodotto dagli assistenti vocali già presenti sul mercato, come Amazon Echo o Apple HomePod, è duplice. Da un lato, OpenAI punta su quello che chiama la «personalità» del dispositivo e sulla sua capacità di stabilire una connessione con l’utente a un livello simile a quello umano. Dall’altro, il dispositivo dovrebbe avere elementi meccanici in grado di farlo muovere, con l’obiettivo dichiarato di dare l’impressione che il prodotto sia vivo e non semplicemente un oggetto che risponde ai comandi.

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Viene facile immaginare che almeno parte dell’hardware sarà di tipo proprietario, vista l’attenzione di OpenAI verso progetti di questo tipo, come testimonia Jalapeño, il suo primo chip AI proprietario,

Sul fronte delle persone coinvolte, il progetto hardware di OpenAI è guidato da due ex figure di peso di Apple: Jony Ive, il designer britannico che ha curato l’estetica di iMac, iPod e iPhone, e Tang Tan, ex dirigente che aveva contribuito allo sviluppo di iPod, iPhone e MacBook. Insieme a loro, OpenAI ha assunto centinaia di ex dipendenti Apple, una concentrazione di talenti che è diventata uno dei punti centrali della disputa legale in corso.

La causa di Apple che mette a rischio il progetto

L’intera vicenda hardware di OpenAI è tornata d’attualità nelle ultime settimane non per un annuncio dell’azienda, ma per una causa legale. Apple ha denunciato OpenAI accusandola di aver sfruttato l’arrivo massiccio di suoi ex dipendenti per ottenere informazioni riservate su prodotti e attività di sviluppo ancora non pubblici, e di aver usato quei dati a vantaggio della progettazione del nuovo dispositivo. Al centro dell’accusa c’è Tang Tan, oggi responsabile della divisione hardware di OpenAI.

Le fonti interne a OpenAI che hanno parlato con Bloomberg sostengono che il loro prodotto sia molto diverso da quelli Apple già sul mercato, incluso HomePod. Eppure, in modo sorprendente, le stesse fonti ritengono “improbabile” che il dispositivo su cui stanno lavorando non violi alcun segreto commerciale. Una posizione quantomeno insolita per chi si difende da un’accusa del genere.

Sul piano dei tempi, la presentazione del dispositivo era attesa per il 2026 con un lancio previsto nel 2027. La causa legale potrebbe ritardare entrambe le scadenze. E al di là dei tempi, il procedimento rischia di alimentare dubbi sulla solidità dell’intero progetto in un momento delicato per OpenAI, che sta cercando nuove fonti di ricavo stabili e sta valutando come strutturare la propria quotazione in borsa.

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Le prospettive per OpenAI e per il mercato

Questo avvicinamento verso l’hardware rappresenta, uno snodo cruciale per il futuro della compagnia guidata da Sam Altman, che finora ha dominato quasi esclusivamente il panorama del software e dei servizi in cloud. Entrare nel mercato dei dispositivi fisici significa scontrarsi con dinamiche produttive, logistica, catene di approvvigionamento e margini di profitto radicalmente diversi da quelli a cui OpenAI è abituata.

Gli investitori guardano con grande attenzione a questa transizione: da un lato, un hardware proprietario di successo permetterebbe all’azienda di creare un ecosistema chiuso e fidelizzato, svincolandosi parzialmente dalla dipendenza da colossi tecnologici terzi per la distribuzione dei propri modelli di intelligenza artificiale.

D’altra parte, i rischi di un flop commerciale in un settore così spietatamente competitivo sono altissimi. Basti pensare alle recenti difficoltà incontrate da altre startup che hanno tentato di lanciare dispositivi AI dedicati, come Humane con il suo Ai Pin o Rabbit con l’R1, i quali hanno faticato a convincere il grande pubblico della reale necessità di sostituire o affiancare l’onnipresente smartphone.

OpenAI dovrà quindi dimostrare che questo assistente domestico non è soltanto un vezzo tecnologico o un mero esercizio di stile, ma un compagno quotidiano veramente indispensabile. Riuscire in questa impresa significherebbe giustificare l’importante investimento richiesto agli utenti, rassicurare definitivamente i mercati finanziari in vista dell’attesa offerta pubblica iniziale e trasformare una scommessa estremamente complessa in un trionfo commerciale senza precedenti per l’era dell’intelligenza artificiale generativa.