- La Commissione Europea ha rifiutato di imporre per legge agli editori l'obbligo di mantenere i videogiochi acquistati giocabili dopo la fine del supporto ufficiale.
- Al posto di una norma vincolante, Bruxelles propone un codice di condotta volontario da sviluppare entro fine 2026 con l'industria del videogioco.
- Stop Killing Games non si ferma: il gruppo punta ora ad emendare il Digital Fairness Act nel Parlamento Europeo.
La campagna Stop Killing Games ha incassato un no netto dalla Commissione Europea. Nonostante 1.294.188 firme verificate raccolte attraverso l’iniziativa dei cittadini europei “Stop Destroying Videogames”, Bruxelles ha comunicato di non poter proporre alcun obbligo legale che imponga agli editori di mantenere i videogiochi giocabili dopo la fine del supporto commerciale.
La questione era semplice nel suo nucleo: quando un editore vende un gioco come prodotto completo e poi lo rende inaccessibile spegnendo i server, i consumatori che lo hanno acquistato si ritrovano con qualcosa che non funziona più. La campagna, nata intorno al creatore di Accursed Farms, Ross Scott, aveva formalmente superato la soglia del milione di firme richiesta per obbligare la Commissione a esaminarla ed era stata presentata a febbraio, discussa in audizione al Parlamento Europeo ad aprile e in plenaria a maggio.
Perché la Commissione ha detto no a Stop Killing Games
Nella risposta ufficiale la Commissione ha spiegato che un obbligo legale come quello richiesto da Stop Killing Games “non sarebbe proporzionato“. Le motivazioni citate comprendono i diritti di proprietà intellettuale degli editori, informazioni commerciali riservate, i costi di mantenimento e i potenziali rischi per la cybersicurezza legati al supporto di software non più aggiornato.
La Commissione ha anche sostenuto che alcune tutele esistono già nel quadro del diritto dei consumatori europeo, incluse norme su trasparenza contrattuale, durata dei servizi e possibilità di rimborso in caso di chiusura anticipata rispetto alle aspettative ragionevoli dell’acquirente.
Al posto della norma vincolante, Bruxelles ha proposto di avviare entro fine 2026 un dialogo con l’industria del videogioco e le associazioni di consumatori per elaborare un codice di condotta volontario. Questo codice potrebbe includere:
- Etichette più chiare sugli store digitali riguardo alla possibile chiusura dei giochi
- Partnership con istituzioni culturali per la conservazione dei titoli
- Standard comunicativi condivisi sulla fine del ciclo di vita di un prodotto
Non è previsto, invece, l’obbligo di rilasciare patch offline, strumenti per server privati o altri meccanismi che permettano ai giocatori di continuare ad accedere ai giochi in modo autonomo.
Il caso The Crew e il nodo dei diritti degli acquirenti
La decisione arriva mentre in Francia è in corso una battaglia legale che riguarda da vicino gli stessi principi. L’associazione di consumatori UFC-Que Choisir ha avviato un’azione legale contro Ubisoft per la chiusura definitiva di The Crew, il gioco di corse online reso permanentemente inaccessibile dopo lo spegnimento dei server. Ubisoft ha sostenuto che i giocatori avessero acquistato una licenza d’uso limitata, non la proprietà del gioco; l’associazione dei consumatori sostiene invece che gli acquirenti siano stati indotti in errore sulla durata effettiva del prodotto.
Il caso è emblematico del problema che Stop Killing Games voleva risolvere per via legislativa: l’asimmetria tra ciò che viene promesso al momento della vendita e ciò che resta all’acquirente quando l’editore decide di chiudere i battenti. La risposta della Commissione non risolve questa tensione, lasciandola di fatto all’interpretazione del diritto dei consumatori già esistente e all’esito di singole cause civili.
Stop Killing Games guarda al Digital Fairness Act
Il gruppo promotore della campagna non ha annunciato la resa. In un messaggio pubblicato subito dopo la risposta della Commissione, Stop Killing Games ha definito l’esito “non inaspettato” e ha dichiarato di essere pronto a una strada alternativa: spingere i membri del Parlamento Europeo a inserire le proprie richieste come emendamento al Digital Fairness Act, il pacchetto legislativo europeo sulla tutela digitale dei consumatori attualmente in discussione.
“Possiamo andare avanti senza la Commissione e la sua non-decisione”, ha scritto il gruppo, riprendendo una posizione già espressa il 13 giugno, quando aveva anticipato che la risposta della Commissione “non sarebbe stata la fine” e aveva indicato progressi paralleli anche in California. Stop Killing Games ha sostenuto di essere “in una posizione migliore che mai” per ottenere una legge, anche senza il supporto dell’esecutivo europeo.
La risposta della Commissione chiude formalmente la prima fase della campagna, quella legata all’iniziativa dei cittadini europei. Ciò che resta aperto è il fronte parlamentare: il Digital Fairness Act è ancora in fase di negoziazione e un emendamento specifico sui diritti degli acquirenti di videogiochi digitali è tecnicamente possibile. Se la pressione politica sarà sufficiente a portarlo in aula dipenderà da quanto Stop Killing Games riuscirà a trasformare una base di oltre un milione di firmatari in una lobby capace di influenzare il processo legislativo ordinario, un terreno molto diverso da quello delle petizioni popolari.




