Lo scontro tra Bruxelles e le grandi aziende tecnologiche americane si riaccende e questa volta il campo di battaglia è il servizio di messaggistica più usato al mondo. Martedì 9 giugno 2026 la Commissione Europea ha ordinato a Meta di ripristinare l’accesso gratuito a WhatsApp per i chatbot di intelligenza artificiale sviluppati da aziende concorrenti, una misura che il gruppo di Mark Zuckerberg ha già annunciato di voler impugnare definendola un “abuso normativo”.
Il provvedimento non è una multa né una decisione definitiva. È una misura provvisoria, uno strumento che l’antitrust europeo usa molto di rado: secondo quanto riportato, si tratta del primo provvedimento provvisorio in materia di concorrenza adottato dalla Commissione in 17 anni. La rarità dello strumento è già di per sé un segnale di quanto Bruxelles consideri urgente la questione.
Cosa ha deciso Bruxelles
La Commissione è intervenuta mentre la sua indagine antitrust su WhatsApp è ancora in corso per evitare quello che definisce un danno grave e irreparabile alla concorrenza nel mercato in espansione degli assistenti AI. La logica è quella della tempestività: in un settore che si muove a questa velocità, aspettare la decisione finale rischierebbe di arrivare quando ormai il danno è fatto.
Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione e titolare della Concorrenza, ha spiegato la ratio con una frase che riassume tutto: in mercati a rapida evoluzione la concorrenza può andare persa molto prima che venga adottata una decisione definitiva. Le misure provvisorie, ha aggiunto, resteranno in vigore per tutta la durata dell’indagine, proprio per prevenire danni quasi impossibili da riparare.
I termini operativi sono stringenti. Meta deve ripristinare l’accesso dei rivali all’API di WhatsApp for Business alle stesse condizioni in vigore prima di ottobre, entro cinque giorni lavorativi. La scadenza cade quindi intorno al 15 giugno. Le misure resteranno valide fino alla conclusione dell’indagine, al più tardi fino a giugno 2029. E la posta in gioco per il mancato rispetto è altissima: l’inadempienza espone Meta a sanzioni fino al 10% del fatturato annuo globale, una cifra che si avvicina ai 20 miliardi di dollari. Wikipedia + 4
L’indagine non è nata dal nulla. È stata aperta a dicembre 2025 dopo le denunce di The Interaction Company of California, sviluppatrice dell’assistente Poke.com, della startup francese Agentik e di un concorrente spagnolo. A distanza di circa due mesi, la Commissione aveva formalizzato le contestazioni a Meta per presunta violazione delle regole antitrust.
Da ChatGPT su WhatsApp al divieto: come ci siamo arrivati
Per capire la decisione bisogna ricostruire la sequenza, perché le regole del gioco sono cambiate più volte in meno di due anni.
Nel 2024 OpenAI aveva fatto sbarcare ChatGPT sull’app di Meta e la novità aveva convinto circa 50 milioni di utenti di WhatsApp a chiacchierare con il chatbot. Per un periodo, distribuire un assistente AI sulla piattaforma è stato possibile e gratuito.
Poi, a ottobre, sono cambiati i termini di servizio di WhatsApp Business Solution. Alle aziende che sviluppano AI è stato vietato del tutto l’uso delle interfacce di Meta per offrire il proprio chatbot. Successivamente i rivali sono stati riammessi, ma a una condizione precisa: pagare per il servizio. Oggi le compagnie concorrenti possono ancora usare WhatsApp per distribuire i propri assistenti, ma solo mettendo mano al portafoglio per l’uso delle cosiddette API, le interfacce che permettono ai servizi digitali di dialogare tra loro. E parliamo dell’accesso a una platea enorme: WhatsApp ha raggiunto i 3 miliardi di utenti nel 2025.
È esattamente questo passaggio, dall’accesso gratuito a quello a pagamento, il cuore della contestazione europea.
Il paradosso di Meta AI preinstallato
Qui sta il punto che rende il caso interessante dal punto di vista della concorrenza, ed è un paradosso che vale la pena guardare da vicino.
Meta non si limita a offrire un servizio di messaggistica, ma mette a disposizione dei propri utenti il proprio chatbot, Meta AI. E su WhatsApp questo assistente è preinstallato e impossibile da rimuovere, un dettaglio che sia l’autorità italiana per la concorrenza sia la Commissione Europea avevano già evidenziato in altre istruttorie, facendo riferimento a un presunto abuso di posizione dominante in violazione dell’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.
La Commissione, nelle sue contestazioni, sostiene che Meta detiene una posizione dominante nelle app di comunicazione per consumatori nell’Unione almeno dal 2023, e che ne avrebbe abusato impedendo a Meta AI di doversi confrontare con gli assistenti AI di terze parti. In altre parole: chi controlla il canale di distribuzione preinstalla il proprio prodotto e fa pagare i concorrenti per entrare. È lo stesso schema che l’Europa contesta da anni alle grandi piattaforme, e che ha già portato a pronunciamenti sull’apertura dei sistemi, come quando l’UE ha chiesto ad Android maggiore apertura verso i servizi AI di terze parti.
La reazione di Meta e il ricorso
Meta non ha preso bene la decisione. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che la Commissione avrebbe stabilito che OpenAI e alcune delle più grandi aziende al mondo possono usare gratuitamente un prodotto a pagamento come WhatsApp Business, definendo la cosa un abuso normativo sovvenzionato dalle molte aziende europee che invece pagano. La conclusione è netta: presenteranno ricorso.
La posizione di Meta è scomoda, ma non priva di argomenti. Spalancare le porte di WhatsApp ai concorrenti, dalla piccola startup ai giganti in competizione tra loro come OpenAI, Anthropic o Google, significa mettere a disposizione dei rivali un bacino enorme di utenti, compresi quelli che per abitudine o minore alfabetizzazione digitale finiscono per usare poche piattaforme selezionate nella propria quotidianità. È un vantaggio competitivo che Meta si vede costretta a cedere gratuitamente.
D’altra parte, è proprio quel bacino a rendere WhatsApp, secondo Bruxelles, un punto di accesso troppo importante per essere riservato a un solo assistente. Il braccio di ferro si gioca tutto qui.
Il caso italiano e il quadro più ampio
C’è anche un risvolto italiano che merita una nota. Nei mesi scorsi l’Antitrust italiano aveva già aperto un’istruttoria sull’esclusione degli altri fornitori di AI da WhatsApp. Il procedimento si è però interrotto all’improvviso proprio il giorno prima della decisione di Bruxelles, di fatto lasciando il passo all’istituzione europea per ragioni di competenza. Quando entra in gioco la Commissione, le autorità nazionali tendono a farsi da parte sui dossier che hanno rilevanza europea.
La vicenda Meta si inserisce in un confronto più ampio e ormai ricorrente. Pochi giorni fa era stata Apple ad accusare l’UE, sostenendo che il Digital Services Act le avrebbe impedito di estendere le nuove funzionalità generative di Siri ai dispositivi europei. E la stagione delle sanzioni europee contro le grandi piattaforme non si ferma, come mostra anche la maxi-multa da 200 milioni inflitta a Temu sotto il Digital Services Act. Il tema di fondo è sempre lo stesso: le istituzioni europee chiedono il rispetto delle regole, mentre le grandi aziende americane vedono negli obblighi di Bruxelles un ostacolo alla competitività.
Su questo caso specifico, però, c’è un elemento che lo distingue dagli altri. Non si tratta di proteggere i consumatori da prodotti pericolosi o di una questione di moderazione dei contenuti. Si tratta di decidere chi può raggiungere i tre miliardi di utenti di WhatsApp con un assistente AI in un momento in cui il mercato di questi assistenti si sta formando proprio adesso. Bruxelles ha deciso che quella porta non può restare chiusa mentre il mercato prende forma. Meta proverà a riaprirla a modo suo nei tribunali. La prossima mossa tocca ai giudici europei.





