Il 16 luglio 2026 OnePlus ha confermato ufficialmente quello che gli osservatori del settore si aspettavano da mesi: il marchio smette di vendere nuovi prodotti in Europa e Nord America. Non un ridimensionamento, non una pausa: un ritiro strutturale, con OxygenOS destinata a confluire in ColorOS e l’intera presenza commerciale assorbita dalla casa madre Oppo. Per chi ha seguito la storia di OnePlus dall’inizio, e per la community italiana che su OnePlus ci ha costruito un pezzo della propria identità Android, è la fine di un’era precisa: quella del flagship killer, l’idea che un telefono potesse dare il 90% di un top di gamma alla metà del prezzo.
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Da dove viene OnePlus
La storia comincia nel 2013, quando OnePlus nasce a Shenzhen come costola di Oppo, fondata da Pete Lau e Carl Pei, entrambi ex dirigenti Oppo. L’ambizione dichiarata era quasi arrogante: costruire un telefono che umiliasse i flagship sul rapporto tra prestazioni e prezzo, in un mercato già saturo dove sembrava non esserci più spazio per un nuovo marchio.
Il OnePlus One, presentato il 23 aprile 2014, fu la prova che l’idea funzionava. Montava uno Snapdragon 801 a 2,5 GHz, lo stesso processore di punta di HTC One M8, Sony Xperia Z2 e del Samsung Galaxy S5, accompagnato da 3 GB di RAM, una batteria da 3.100 mAh e un display da 5,5 pollici Full HD.
Le specifiche erano sovrapponibili a quelle dei migliori telefoni dell’anno. Il prezzo no: 269 euro per la versione da 16 GB, 299 euro per quella da 64 GB, contro un Galaxy S5 che costava quasi il doppio. OnePlus non stava competendo sulla fascia bassa: stava vendendo hardware da flagship a un prezzo dimezzato, ed è esattamente questo lo shock che costruì il mito del “flagship killer”.
A questo si aggiunsero due mosse che definirono l’identità del marchio per un decennio. OxygenOS, una versione di Android pulita e priva delle sovrastrutture che appesantivano i telefoni cinesi dell’epoca. E il sistema a inviti: per comprare il telefono serviva un codice, distribuito dalla community, che trasformò un vincolo logistico in un fenomeno di appartenenza.

Il claim “Never Settle“, non accontentarti, non era solo uno slogan: era il patto con quel pubblico. Per anni OnePlus lo ha mantenuto, con telefoni che offrivano gli SoC più potenti, una ricarica velocissima e un’interfaccia che gli enthusiast preferivano a quella di Samsung. In Italia questo si tradusse in una comunità fedelissima, la stessa che discuteva di ROM e modding e che vedeva in OnePlus l’erede naturale dello spirito smanettone che aveva animato l’epoca d’oro di Android.
Quando ha smesso di essere il flagship killer
Il tradimento della promessa originale non fu improvviso: fu una salita di prezzo costante, quasi impercettibile anno dopo anno, fino a diventare evidente solo guardando la serie intera.
Il OnePlus 2 (2015) restò nella stessa fascia, 339 euro per 16 GB e 399 per 64 GB, con OnePlus che affiancò anche una linea economica, il OnePlus X a 269 euro, per coprire chi non poteva permettersi il modello principale. Ma già con il OnePlus 3 (2016) il prezzo salì a 399 euro, 60 euro in più del predecessore, e la variante 3T di fine anno aggiunse altri 40 euro alla base. Non era ancora un problema: il telefono restava comunque più economico di qualunque flagship Samsung o Apple dello stesso anno. Il problema era la direzione.
Con il OnePlus 6T (2018) il prezzo base salì a 559 euro, fino a 639 euro per la versione più capiente. E il 2019 fu l’anno in cui la semplicità originaria si sgretolò del tutto: quattro varianti nello stesso anno (7, 7T, 7 Pro, 7T Pro), con il OnePlus 7 Pro che sfondò per la prima volta il muro dei 700 euro, separandosi apertamente dal fratello “standard” per inseguire la fascia più alta del mercato.
Il punto di non ritorno arrivò nel 2020. Il OnePlus 8 Pro partiva da 919 euro per la versione base e arrivava a 1.019 euro per quella più ricca. Nello stesso identico anno, il Samsung Galaxy S20 costava 929 euro e l’iPhone 11 Pro 1.189 euro. OnePlus non era più il telefono al metà prezzo dei flagship: era diventato un flagship, con il prezzo di un flagship. Il divario che aveva costruito il marchio si era chiuso da solo, in sei anni, passando da un rapporto di uno a due a un rapporto di quasi uno a uno.
Gli anni successivi confermarono la nuova identità: il OnePlus 12 (gennaio 2024) partiva da 999 euro fino a 1.099, saldamente dentro la fascia premium. Il OnePlus 13, arrivato in Italia a gennaio 2025, ha invertito leggermente la rotta partendo da 769 euro, un raro passo indietro nel prezzo, ma resta un dettaglio isolato in una traiettoria che in undici anni ha spostato il marchio dall’altra parte del mercato che voleva conquistare.
Cosa succede se hai un OnePlus adesso
La domanda pratica che si fanno milioni di persone ha una risposta rassicurante sulla carta e più incerta nei fatti. Oppo ha confermato che continuerà a garantire assistenza e validità delle garanzie per i dispositivi già venduti. Il supporto e gli aggiornamenti continueranno fino alla fine del ciclo di vita di ogni prodotto: nessun abbandono immediato, quindi, almeno sulla carta. Il tuo telefono non diventa un fermacarte domani mattina.
Il punto delicato è il software. OxygenOS è destinata a confluire in ColorOS, il sistema operativo di Oppo, in un consolidamento che va oltre la semplice questione commerciale. Per chi aveva scelto OnePlus proprio per OxygenOS, cioè per una parte enorme della sua base storica, è il colpo più simbolico: sparisce l’ultima cosa che rendeva un OnePlus diverso da un qualsiasi altro telefono del gruppo. È qui che il nostro verificatore di fine supporto diventa lo strumento giusto per sapere con precisione fino a quando il tuo modello resterà aggiornato, ed è una verifica che vale la pena fare adesso, non tra due anni.
Cosa insegna la storia di OnePlus
La parabola di OnePlus è la dimostrazione di una legge che il mercato tech ripete da decenni: i marchi nati per rompere le regole, se hanno successo, vengono lentamente riassorbiti dalle regole che volevano rompere. È già successo con altre realtà comprate e diluite dentro gruppi più grandi, ed è la stessa dinamica per cui una tecnologia nasce aperta e caotica e finisce chiusa e uniforme. OnePlus ha vissuto tredici anni, ha cambiato il modo in cui pensiamo al rapporto tra prezzo e prestazioni, e ha costretto Samsung e gli altri a prendere sul serio la fascia che ignoravano. Poi è diventata ciò contro cui combatteva.
Quello che resta da capire nei prossimi mesi è se Oppo saprà tenersi la community che OnePlus aveva costruito, o se quei milioni di appassionati occidentali, orfani di OxygenOS e del “Never Settle”, andranno a cercare altrove lo stesso spirito. La nostra scommessa è che una parte migrerà verso i marchi che oggi promettono quello che OnePlus prometteva nel 2014, e che la storia, come sempre, ricomincerà da capo con un altro nome. Continueremo a seguirla. @theclipboardit






