- Alphabet ha chiuso la prima tranche da 45 miliardi (invece dei previsti 40) grazie alla domanda record degli investitori, tra cui Berkshire Hathaway con 10 miliardi
- I fondi sono destinati all'infrastruttura AI: Alphabet prevede tra 180 e 190 miliardi di spese in conto capitale entro fine anno
- Il successo dell'operazione è un segnale positivo per le prossime IPO AI, tra cui Anthropic e OpenAI, ma tutto dipenderà dalla tenuta dell'appetito dei mercati pubblici
Alphabet ha appena concluso la più grande raccolta azionaria della storia, raccogliendo 85 miliardi di dollari in due tranche per finanziare i suoi piani sull’intelligenza artificiale. La prima tranche, inizialmente fissata a 40 miliardi, si è chiusa a 45 miliardi dopo una domanda così alta da superare abbondantemente l’offerta disponibile. Lo ha annunciato l’amministratore delegato Sundar Pichai con un post su X, confermando che la seconda tranche da 40 miliardi arriverà nel prossimo trimestre.
Una raccolta fondi AI senza precedenti nella storia dei mercati
Il precedente record per un’offerta azionaria apparteneva alla brasiliana Petroleo Brasileiro SA, che nel 2010 aveva raccolto 70 miliardi di dollari. Alphabet lo ha battuto già con la prima tranche. Tra i grandi acquirenti figura Berkshire Hathaway, l’holding di Warren Buffett da sempre associata al value investing tradizionale, che ha investito 10 miliardi di dollari nell’operazione. Un dettaglio che non è solo una cifra: segnala che anche gli investitori più conservatori stanno spostando capitali verso l’AI in modo deciso.
L’operazione ha coinvolto strumenti diversi: due classi di azioni e depositary shares a prezzo ridotto, pensate per rendere l’accesso più facile a un ventaglio più ampio di investitori istituzionali. L’offerta era strutturata per la massima distribuzione, e il mercato ha risposto.
Vale la pena ricordare che si tratta comunque di Alphabet, non di una startup: solo nel primo trimestre del 2026 la società ha registrato 110 miliardi di dollari di ricavi, con margini elevati e una crescita anno su anno del 22%. Il rischio percepito dagli investitori è basso, ma la direzione dei fondi è inequivocabile.
Dove va il denaro: data center e infrastruttura AI
Pichai aveva già anticipato al Google I/O di maggio che la società intende spendere tra i 180 e i 190 miliardi di dollari in spese di investimento entro la fine del 2026, con una quota dominante destinata a infrastrutture AI e data center. Questa raccolta azionaria serve a sostenere quel piano, che Pichai ha descritto come parte di una strategia pluriennale per intercettare la domanda crescente da parte di aziende e consumatori.
Il contesto aiuta a capire la scala del fenomeno. Secondo le stime disponibili, gli impegni globali di spesa per l’AI nei prossimi cinque anni si avvicinano agli 8 trilioni di dollari, nonostante i ritardi sulle diverse roadmap e le perplessità dal punto di vista dell’impatto ambientale. Quella cifra deve provenire da qualche parte: ricavi aziendali, prestiti e, sempre di più, mercati azionari pubblici. La domanda che tutti nel settore si stanno facendo è se quei mercati reggeranno nel tempo.
Non è una domanda oziosa. La sostenibilità finanziaria degli investimenti AI sta diventando un tema urgente, come dimostra anche il dibattito aperto da Microsoft e Uber sui costi difficili da giustificare degli agenti AI, documentato nelle ultime settimane da diversi operatori del settore.
Il segnale per Anthropic, OpenAI e l’intera pipeline IPO
Il tempismo di questa operazione va oltre i conti di Alphabet. Anthropic si sta preparando a quotarsi in borsa, e l’attesa è che la sua IPO batta record sia per valutazione che per capitali raccolti, superando potenzialmente anche quella attesa di SpaceX. Anche OpenAI è in lista d’attesa.
La buona riuscita della raccolta di Alphabet funziona da cartina tornasole: dimostra che gli investitori istituzionali, quelli con i portafogli più profondi, sono pronti a mettere soldi nell’AI anche attraverso i mercati pubblici, non solo attraverso round privati di venture capital. È esattamente il tipo di segnale di cui una IPO ha bisogno per partire con il piede giusto.
Restano però variabili aperte. Un’operazione da 85 miliardi su un’azienda con 110 miliardi di ricavi trimestrali è una cosa. Quotare una società come Anthropic, che brucia cassa a ritmo sostenuto e opera in un mercato ancora in fase di definizione, è tutt’altra storia. Il vero test per la pipeline IPO dell’AI non sarà quanto denaro raccoglie Alphabet, ma se l’appetito dei mercati pubblici terrà anche quando il nome sul foglio di sottoscrizione non sarà Google.





