Le VPN sono sotto sorveglianza da parte dell’intelligence USA

VPN
  • L'uso di VPN potrebbe esporre i cittadini americani a sorveglianza governativa incontrollata, secondo la Freedom of the Press Foundation
  • Il governo considera il traffico VPN come estero, applicando minori protezioni sulla privacy
  • La fondazione chiede al Congresso di chiudere le scappatoie nella Sezione 702 del FISA prima della sua riautorizzazione

L’uso di una rete privata virtuale per proteggere la propria privacy online potrebbe trasformare comuni cittadini americani in bersagli involontari della sorveglianza governativa. È questo il campanello d’allarme lanciato dalla Freedom of the Press Foundation, organizzazione impegnata nella difesa della libertà di stampa, che ha richiesto ai legislatori statunitensi maggiore chiarezza sulle modalità con cui le agenzie di intelligence monitorano il traffico di chi utilizza questi strumenti di protezione digitale.

La questione si inserisce in un dibattito più ampio sui poteri di sorveglianza esercitati dalle autorità americane, in particolare attraverso la Sezione 702 del FISA e l’Ordine Esecutivo 12333, che consentono di intercettare comunicazioni estere senza necessità di mandato. A marzo, sei parlamentari democratici hanno scritto alla direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, chiedendo se l’utilizzo di una VPN possa privare i cittadini americani delle protezioni costituzionali sulla privacy.

Il nodo della questione riguarda il modo in cui funzionano le VPN commerciali. Questi servizi instradano il traffico degli utenti attraverso server remoti prima di connettersi al web, mascherando così la posizione reale. Secondo la posizione del governo, i dati di origine sconosciuta vengono trattati come esteri e quindi soggetti a minori garanzie di riservatezza.

Quando la privacy diventa sospetta

L’assunto che tutto il traffico proveniente da una VPN sia da considerarsi straniero rappresenta un problema significativo per la Freedom of the Press Foundation. Questo approccio rischia di esporre milioni di americani a una sorveglianza senza controlli adeguati, semplicemente per aver scelto di proteggere la propria navigazione.

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Come sottolineato da Martin Shelton, vicedirettore per la sicurezza digitale dell’organizzazione, e Caitlin Vogus, consulente senior, i giornalisti utilizzano quotidianamente le VPN per aggirare la censura, proteggere le informazioni sulla loro posizione e difendersi dall’intercettazione del traffico di rete. Ma non sono solo i professionisti dell’informazione a farne uso: si tratta di strumenti impiegati da milioni di cittadini comuni.

Il rischio concreto è che le agenzie di intelligence possano monitorare il traffico web per risalire alle connessioni, inviando richieste legali ai fornitori di servizi online per ottenere informazioni sugli utenti che si collegano da determinati indirizzi IP. I provider VPN, infatti, concentrano tipicamente i dati di centinaia o migliaia di utenti su un singolo server, rendendo tecnicamente possibile questo tipo di tracciamento.

La minaccia quantistica all’orizzonte

La fondazione ha evidenziato anche un rischio futuro legato all’evoluzione tecnologica. Sebbene le VPN premium offrano un robusto livello di crittografia che protegge il traffico web dai fornitori di servizi internet, le agenzie di intelligence starebbero raccogliendo grandi quantità di dati cifrati.

Questi dati potrebbero essere conservati per attacchi di tipo harvest now, decrypt later, letteralmente raccogliere ora e decifrare dopo. In questo scenario, gli attori della sorveglianza copiano oggi il traffico criptato con la speranza di leggerlo domani, quando saranno disponibili computer quantistici esponenzialmente più potenti. Secondo ricercatori di Google citati dalla fondazione, l’industria dovrebbe prepararsi a questo rischio potenziale già dal 2029.

Le richieste di riforma

Per evitare che le agenzie di intelligence sfruttino i poteri di sorveglianza estera in modo eccessivo, la Freedom of the Press Foundation ha esortato il Congresso a implementare garanzie rigorose prima di decidere se riautorizzare la Sezione 702 del FISA.

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Tra le richieste principali figura la chiusura della cosiddetta backdoor search loophole, una scappatoia che permetterebbe al governo di perquisire le comunicazioni di cittadini americani raccolte sotto la Sezione 702 senza dover ottenere un mandato. L’organizzazione chiede inoltre di porre fine alla data broker loophole, che consente attualmente alle agenzie federali di acquistare dati sensibili sui cittadini che normalmente richiederebbero un mandato per essere accessibili.

Gli attivisti sostengono che l’approvazione del proposto Government Surveillance Reform Act consoliderebbe questi cambiamenti cruciali. Nel frattempo, la fondazione ribadisce che il pubblico merita chiarezza su come la comunità di intelligence monitora il traffico VPN degli americani.

La discussione sulla riautorizzazione della Sezione 702 rappresenta un momento chiave per definire i confini tra sicurezza nazionale e diritti alla privacy dei cittadini. L’esito di questo dibattito potrebbe influenzare profondamente il modo in cui milioni di persone proteggono la propria attività online nei prossimi anni.

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