- Il processo Musk contro Altman si è concluso con la giuria che ha respinto tutte le accuse in due ore, ma le testimonianze hanno rivelato comportamenti opachi da parte di quasi tutti i protagonisti coinvolti nella fondazione e gestione di OpenAI.
- Mira Murati ha dichiarato sotto giuramento che Altman le aveva mentito su una revisione di sicurezza; altri ex colleghi hanno accusato Musk di aver perseguito l'AGI con un approccio rischioso pur criticando OpenAI per le stesse ragioni.
- L'episodio riapre il dibattito sulla regolamentazione dell'AI: nel 2015 Altman e Musk avevano proposto un'agenzia governativa dedicata, ma abbandonarono l'idea al primo rifiuto.
Il verdetto del processo Musk vs Altman: due ore di delibera, tre settimane di fango
Il processo tra Elon Musk e Sam Altman si è chiuso il 19 maggio con un verdetto rapido: la giuria ha impiegato solo due ore per respingere le accuse di Musk contro i vertici di OpenAI, dichiarando le sue pretese prescritte per decadenza dei termini.
Dal punto di vista strettamente giuridico, tre settimane di testimonianze non hanno prodotto alcun effetto concreto.
Ma quello che è emerso in aula dipinge un quadro ben più preoccupante del mero esito legale: alcune delle figure più influenti nel settore dell’intelligenza artificiale sembrano strutturalmente incapaci di trattarsi con onestà, e questa incapacità riguarda tutti, senza eccezioni.
OpenAI nacque, secondo le testimonianze di entrambi i contendenti, con un obiettivo dichiarato: evitare che un’AI potente finisse nelle mani sbagliate. I fondatori erano ossessionati dal rischio che Google DeepMind e il suo leader Demis Hassabis monopolizzassero lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generale, quella capace di eguagliare o superare le capacità cognitive umane.
Nel 2015, Altman scrisse che, non potendo fermare lo sviluppo dell’AI, voleva che “qualcuno diverso da Google” ci arrivasse per primo. Un’ambizione legittima, sulla carta.
Chi accusa chi di non essere onesto
Il processo ha ruotato in larga misura attorno a un episodio preciso: nel novembre 2023, il consiglio di amministrazione di OpenAI rimosse Altman dalla carica di CEO.
Ilya Sutskever, cofondatore, aveva lavorato per oltre un anno a questa operazione, raccogliendo un memorandum di 52 pagine in cui documentava quello che definiva un sistema deliberato di menzogna e manipolazione interna.
La testimonianza più pesante è arrivata dall’allora CTO Mira Murati, che ha dichiarato sotto giuramento che Altman le aveva comunicato che il team legale aveva autorizzato il salto di una revisione di sicurezza per uno dei modelli di OpenAI, cosa poi rivelatasi falsa.
L’avvocato di Musk, Steven Molo, ha riassunto la posizione dell’accusa in modo diretto: se la giuria non poteva fidarsi di Altman, la difesa non aveva scampo.
Ma Musk non se l’è cavata molto meglio. Joshua Achiam, attuale chief futurist di OpenAI, ha testimoniato che la fretta di Musk di battere Google lo aveva spinto verso un approccio che ha definito esplicitamente “non sicuro e sconsiderato“.
Musk oggi guida xAI, un laboratorio for-profit con un approccio alla sicurezza che i suoi stessi ex colleghi descrivono come frammentario, eppure ha usato la conversione commerciale di OpenAI come principale argomento per contestarne la gestione.
Attorno ai due protagonisti si muovono figure altrettanto problematiche. Murati avrebbe contribuito alla rimozione di Altman, per poi passare dalla sua parte durante la reintegrazione, senza mai rendere pubblico il proprio ruolo nella vicenda.
Shivon Zilis, membro del consiglio di OpenAI e stretta collaboratrice di Musk, gli chiedeva via messaggio se fosse meglio restare in buoni rapporti con OpenAI per tenerlo informato, omettendo di rivelare che all’epoca aveva già due figli con lui.
Il diario di Greg Brockman, entrato nel fascicolo probatorio, conteneva l’ammissione che OpenAI avrebbe potuto “correttamente” essere accusata di non essere stata onesta con Musk, qualora avesse completato la transizione for-profit senza coinvolgerlo.
Il problema reale non è chi ha vinto
Quello che il processo ha reso evidente non è la colpevolezza di un singolo: è che l’industria dell’AI, da oltre un decennio, è governata da persone che dichiarano pubblicamente di voler salvare l’umanità e privatamente si comportano come qualunque altro gruppo di potere intento a consolidare la propria posizione.
La fiducia del pubblico nell’AI è ai minimi storici: secondo un sondaggio Pew Research dell’estate 2025, solo il 10% degli adulti americani si dichiara più entusiasta che preoccupato per la diffusione dell’intelligenza artificiale. Il 60% sente di avere poco o nessun controllo su come l’AI viene usata nella propria vita.
Una delle poche note diverse nell’intero fascicolo è un documento del marzo 2015: Altman scrisse a Satya Nadella chiedendogli di firmare una lettera congiunta al governo americano per istituire un’agenzia regolatoria sull’AI.
Nadella rifiutò, sostenendo che le aziende dovevano chiedere fondi per la ricerca, non supervisione. Altman accettò senza resistenza, e la proposta di regolamentazione fu ridotta a un vago “se e quando”.
Quella risposta riassume bene il problema strutturale che il processo ha messo in luce, più di qualsiasi testimonianza: quando si è trattato di scegliere tra il controllo pubblico e quello privato dell’AI, anche chi chiedeva più regole ha preferito fare un passo indietro.
OpenAI non è nuova a controversie legali di questo tipo: le dinamiche di potere interno emerse in aula si intrecciano con altre vicende che riguardano la sua governance e la sua direzione, come già documentato in precedenza con le dichiarazioni di Musk in aula durante le prime settimane di udienza.
Quel che cambia ora è che il processo è finito, ma le domande sulla legittimità di chi guida questa industria sono rimaste esattamente come erano: senza risposta.




