Nuovo dazio UE: 3 euro sui pacchi cinesi. Cosa cambia per chi compra su Temu, Shein e AliExpress

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  • Dal 1° luglio scatta il dazio UE da 3 euro sui pacchi extra-UE sotto i 150 euro, applicato per categoria e non per pacco.
  • In Italia la tassa aggiuntiva da 2 euro slitta a ottobre.
  • Nel mirino Temu, Shein e AliExpress, che corrono già ai ripari con magazzini europei.

Da domani, mercoledì 1 luglio 2026, si chiuderà l’epoca dello shopping cinese a costo zero in Europa a causa del nuovo dazio UE: 3 euro forfettari per ogni spedizione dal valore inferiore ai 150€. L’Unione Europea cancella così l’esenzione doganale che per oltre 30 anni ha permesso ai pacchi di basso valore di entrare nel continente senza pagare nulla, una stretta pensata su misura per il diluvio di mini-pacchi che arrivano da piattaforme come Temu, Shein e AliExpress.

Per chi è abituato a riempire il carrello di magliette, gadget e accessori a pochi euro, conviene capire bene cosa cambia, perché il meccanismo nasconde purtroppo più di una sorpresa.

Cosa cambia dal 1° luglio

Fino al 30 giugno, i pacchi con valore dichiarato sotto i 150€ entravano nell’Unione Europea completamente esenti da dazi doganali. Era la cosiddetta soglia de minimis, in vigore dal 1992, ormai giudicata obsoleta e responsabile di un enorme vantaggio competitivo per i colossi dell’e-commerce asiatico.

Da domani quella soglia sparisce. Ogni spedizione extra-UE di valore inferiore a 150€ pagherà un dazio fisso di 3€. La misura è regolata dal Regolamento di esecuzione UE 2026/1200, pubblicato in Gazzetta ufficiale l’8 giugno 2026, e resterà in vigore in questa forma forfettaria fino al 1° luglio 2028, quando entrerà in funzione il Data Hub doganale europeo per l’e-commerce, con dazi calcolati sul valore reale della merce.

Come funziona il nuovo dazio UE: 3 euro per categoria, non per pacco

Qui sta il punto più insidioso, quello che la maggior parte delle persone scoprirà solo al momento del pagamento. Il dazio non si applica al pacco, ma a ogni voce doganale dichiarata al suo interno.

La Commissione europea ha pubblicato due esempi che chiariscono il meccanismo. Se ordini 5 magliette, paghi 3€ una volta sola, perché si tratta di articoli omogenei che rientrano nella stessa categoria merceologica. Ma se ordini 1 maglietta e 1 orologio paghi 6€, perché abbigliamento e orologeria sono due voci tariffarie diverse. Non conta quanti pezzi compri, conta a quante categorie diverse appartengono.

In un ordine misto, quindi, il forfait può scattare più volte. Una maglietta, un paio di occhiali da sole e una borsa nello stesso ordine? Tre categorie, 9€ di dazio.

L’eccezione italiana: la tassa da 2€ slitta a ottobre

Per l’Italia la situazione ha un risvolto particolare. Il governo aveva previsto un proprio contributo nazionale da 2€ sui pacchi extra-UE sotto i 150€, introdotto con la Legge di Bilancio 2026. Quel contributo è stato però rinviato al 1° ottobre 2026 con un decreto approvato il 22 giugno dal Consiglio dei ministri.

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Il motivo del rinvio è più strategico che tecnico. La Francia ha applicato una misura simile a marzo 2026 e il risultato è stato che circa il 90% dei pacchi ha cominciato a evitare le dogane francesi, dirottando verso Belgio e Olanda. L’Italia ha fatto un calcolo preciso: rischiare di perdere stabilmente il traffico cargo dei propri aeroporti per recuperare qualche decina di milioni di euro in pochi mesi non conveniva.

Il risultato pratico è che durante l’estate, da luglio a settembre, chi compra su Temu, Shein e AliExpress in Italia pagherà solo il dazio europeo da 3 euro. La vera stangata arriverà il 1° ottobre, quando i due prelievi si sommeranno portando il totale a 5€ per spedizione. E non è finita: entro novembre dovrebbe entrare in vigore in tutta l’UE anche la Union handling fee, una commissione di gestione doganale di importo ancora da definire.

La posta in gioco: 5,9 miliardi di articoli e problemi di sicurezza

Per capire perché Bruxelles si sia mossa serve guardare i numeri. Nel 2025 sono entrati nell’Unione Europea circa 5,9 miliardi di articoli in pacchi di basso valore esenti da dazi, l’equivalente di oltre 16 milioni di pacchi sdoganati ogni giorno. Oltre il 90% proveniva dalla Cina.

Il paradosso che la misura punta a sanare è evidente: chi importa grandi quantità di beni in Europa ha sempre pagato i dazi ordinari, mentre i colossi cinesi, vendendo direttamente al singolo consumatore in pacchi sotto la soglia, ne erano esenti. Una falla che, con la crescita dell’ultra fast fashion, è diventata gigantesca.

C’è anche una motivazione legata alla sicurezza dei prodotti. Secondo la Commissione, oltre il 60% degli articoli importati nei piccoli pacchi nel 2025 non era conforme agli standard UE, con particolare riferimento a giocattoli, prodotti elettronici, cosmetici e integratori alimentari. Il dazio serve anche a dare alle autorità doganali gli strumenti per controllare e, se necessario, bloccare i prodotti pericolosi.

Chi paga davvero e le reazioni

Sul piano formale, il dazio è un tributo doganale a carico del dichiarante, non una tassa diretta sul consumatore. Nella pratica, però, è difficile immaginare che le piattaforme non scarichino il costo sul prezzo finale o sulle spese di spedizione.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Codacons stima che la misura possa costare ai cittadini europei fino a 17,7 miliardi di euro l’anno e che per gli italiani, con l’IVA al 22%, il prelievo effettivo salga a 3,66€. Sul fronte opposto, il consorzio Netcomm insieme a Federlogistica e Federdistribuzione ha chiesto di sospendere il provvedimento, parlando di rischio per la competitività del mercato italiano.

Intanto le piattaforme si stanno già adeguando. AliExpress, per esempio, ha annunciato un accordo con Poste Italiane per la gestione della logistica in Italia, una mossa che diversi analisti leggono come un tentativo di ottimizzare i costi doganali sfruttando i circuiti postali.

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La domanda di fondo resta una: 3€, o 5 da ottobre, saranno davvero sufficienti a frenare il boom dello shopping ultra-low cost, o si limiteranno a diventare l’ennesima voce in più in fattura per chi ormai non riesce a farne a meno? La risposta arriverà dai carrelli, non dai regolamenti.

Il dettaglio IOSS che quasi nessuno spiega

C’è un aspetto che la maggior parte delle spiegazioni in circolazione tralascia e che invece fa la differenza concreta su quanto pagherai. Le grandi piattaforme come Temu, Shein e AliExpress sono registrate al sistema IOSS, l’Import One-Stop Shop, lo sportello unico europeo per le importazioni di basso valore. Gli operatori IOSS possono applicare un regime semplificato: 3 euro forfettari per pacco, indipendentemente dal numero di categorie merceologiche al suo interno. In teoria, quindi, su un ordine fatto su queste piattaforme il dazio dovrebbe scattare una volta sola, non moltiplicarsi per categoria.

Il problema è un equivoco diffuso. Molti utenti pensano che l’IOSS azzeri ogni costo aggiuntivo, ma non è così: quel regime riguarda esclusivamente l’IVA, non il dazio. Anche se l’IVA è già inclusa nel prezzo che paghi al checkout, il nuovo dazio da 3€ può comunque essere applicato sugli ordini gestiti via IOSS. È in questa zona grigia che, nei primi giorni di applicazione, stanno comparendo addebiti multipli e confusione: tra il regime semplificato a forfait e il calcolo per categoria, capire in anticipo quanto si pagherà è in molti casi quasi impossibile.

C’è poi un effetto a cascata sul prezzo finale. Per le spedizioni fuori dal regime IOSS, il dazio entra nella base imponibile IVA, generando un rincaro che si somma su sé stesso. Per chi opera in IOSS, invece, i 3 euro restano esclusi da quel calcolo. Dettagli tecnici, certo, ma sono esattamente quelli che determinano se alla fine pagherai 3 euro o molto di più.

Caso reale: cosa succede oggi su AliExpress

Per capire cosa accade davvero alla cassa, basta provare a completare un ordine. Abbiamo provato a fare un acquisto su AliExpress, che già mostra il nuovo conteggio dei dazi.

Il prodotto costava 3,16€, con 1,90€ di spedizione. Alla voce imposta comparivano però 3,66€ complessivi, scomposti in due righe: una stima dei costi doganali di 4,57€ e una rettifica IVA di 0,91€ in negativo. Totale finale dell’ordine: 8,72€.

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Il dato che salta agli occhi è il rapporto. Su un articolo da poco più di 3€, la sola stima dei costi doganali ne valeva 3,66: più del prodotto stesso. È l’effetto più paradossale di questa riforma. Su acquisti di pochi euro, tipici dello shopping su queste piattaforme, un prelievo fisso pesa in proporzione enormemente, arrivando di fatto a raddoppiare il prezzo dell’oggetto (o triplicare se la spedizione non è offerta gratuitamente come nel nostro caso).

Quei 4,57€, va precisato, non corrispondono solo al nuovo dazio: la piattaforma include nella stima anche la gestione dello sdoganamento, applicando un forfait prudenziale per cautelarsi. La voce “rettifica IVA” in negativo conferma intanto quanto spiegato sopra: AliExpress sta ricalcolando l’IVA attraverso il regime IOSS e, in parallelo, aggiunge i costi doganali come voce separata. Le due partite viaggiano distinte.

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Fatta la legge, trovato l’inganno

Come per ogni stretta normativa, la rete si è già riempita di teorie su come schivare il dazio. Alcune sono ingenue, altre più concrete e qualcuna la stanno già mettendo in pratica gli stessi colossi che la norma vorrebbe colpire.

La scappatoia più gettonata tra gli utenti per evitare o comunque ridurre al minimo i dazi doganali è quella di accorpare gli acquisti per categoria. Visto che il dazio si applica per voce doganale e non per pacco, comprare 5 magliette in un solo ordine costa 3€, mentre 5 ordini separati ne costerebbero 15. Il ragionamento fila, ma ha un limite evidente: appena aggiungi un prodotto di categoria diversa, il conto riparte. L’altra mezza idea che circola, dichiarare valori più bassi, è semplicemente illegale, ed è proprio uno dei comportamenti che il nuovo sistema di controlli punta a stanare, visto che le autorità stimano una quota altissima di pacchi sottovalutati o dichiarati in modo scorretto.

Ma l’aggiramento più serio non lo fanno i consumatori, lo fanno le piattaforme. La storia recente lo dimostra: la tassa italiana da 2€, nella sua prima versione, era facilissima da eludere. Bastava spedire i pacchi in un paese vicino come la Francia e poi farli recapitare in Italia per evitare del tutto il sovrapprezzo nazionale. È esattamente il motivo per cui il governo ha continuato a rinviarla. Ed è quello che è successo in Francia quando ha provato a fare da sola: circa il 90% dei pacchi ha semplicemente smesso di passare dalle dogane francesi, dirottando altrove.

La mossa che diversi analisti si aspettano, e che in parte è già iniziata, è l’apertura di magazzini logistici dentro l’Unione Europea. Se Temu o Shein stoccano la merce in un deposito europeo, la spedizione finale al cliente non parte più da un paese terzo e quindi, tecnicamente, non rientra nella definizione che fa scattare il dazio. L’accordo annunciato da AliExpress con Poste Italiane va letto anche in questa chiave.

Il vantaggio dell’approccio europeo, rispetto al tentativo italiano isolato, è che con una norma valida in tutti i 27 stati membri spostare i pacchi da un confine all’altro non serve più a niente. L’inganno, stavolta, è più difficile. Ma la storia dell’e-commerce insegna che quando in ballo ci sono miliardi di pacchi, una falla nuova si trova quasi sempre.