WikiLeaks compie 20 anni: la storia della piattaforma che ha fatto tremare i governi

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  • WikiLeaks compie 20 anni oggi. Fondata da Julian Assange nel 2006, diventa celebre globalmente nel 2010 con Collateral Murder e Cablegate, grazie ai documenti forniti da Chelsea Manning.
  • Assange paga con 12 anni tra ambasciata e carcere, tornando libero nel 2024 dopo un patteggiamento con la giustizia americana.

Il 5 luglio 2006 un programmatore australiano di 35 anni registrava un sito web che prometteva di cambiare per sempre il rapporto tra segreto di Stato e opinione pubblica. Vent’anni dopo, quel sito ha pubblicato milioni di documenti riservati, ha fatto tremare ambasciate e governi su tre continenti e il suo fondatore, dopo 12 anni vissuti tra un’ambasciata e un carcere di massima sicurezza, è oggi un uomo libero in Australia.

Come nasce WikiLeaks e cosa prometteva

Julian Assange non arriva a WikiLeaks come giornalista. Arriva come hacker. Negli anni 90, ancora adolescente, entra nel gruppo International Subversives insieme ad altri due hacker australiani e le sue capacità informatiche lo portano a violare, tra le altre cose, il firewall di MILNET, la rete militare della difesa degli Stati Uniti. È da quell’ambiente cypherpunk, dove crittografia e attivismo politico si intrecciano da sempre, che nasce l’idea di fondo di WikiLeaks: costruire un sistema tecnicamente inattaccabile capace di proteggere l’identità di chiunque avesse voluto denunciare abusi e scandali dei governi, ricevendo documenti in modo completamente anonimo grazie a un sistema di crittografia robusto.

Il nome richiama esplicitamente Wikipedia, non per il modello di contenuto ma per l’ambizione: una piattaforma comune, aperta al contributo di chiunque avesse informazioni sensibili da condividere, gestita da Assange come caporedattore fin dal primo giorno. Nei primi anni di attività, WikiLeaks pubblica materiale che spazia dalla corruzione nei regimi africani alle esecuzioni extragiudiziarie della polizia keniota, dagli scandali petroliferi in Perù alla rivolta tibetana in Cina del 2008. Sono rivelazioni rilevanti, seguite con attenzione da chi si occupa di diritti umani e trasparenza, ma restano nella nicchia del giornalismo investigativo specializzato.

Tutto cambia nel 2010, quando WikiLeaks smette di essere una piattaforma per pochi e diventa un caso globale.

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Il 2010: Collateral Murder, i diari di guerra e Cablegate

Nell’aprile 2010 WikiLeaks pubblica Collateral Murder, un video classificato mai visto prima che documenta un attacco con elicottero Apache a Baghdad nel 2007. Il video mostra i militari statunitensi aprire il fuoco contro un gruppo di persone a terra, scambiando per miliziani armati due giornalisti dell’agenzia Reuters. Quando un furgone civile si ferma per soccorrere i feriti, l’elicottero spara di nuovo, colpendo anche due bambini all’interno del veicolo. Il video è girato dal punto di vista dell’elicottero stesso, con il commento dei soldati registrato in sottofondo mentre commentano l’azione. È quella combinazione, l’immagine cruda e il tono quasi disinvolto dei militari, a colpire l’opinione pubblica mondiale con una forza che nessun rapporto scritto avrebbe potuto avere.

Nei mesi successivi arrivano altre due pubblicazioni di portata storica. A luglio 2010 WikiLeaks rilascia l’Afghanistan War Diary, una raccolta di 90.000 documenti militari statunitensi sulle operazioni a Kabul e nel resto del paese. Pochi mesi dopo tocca all’Iraq: 400.000 file riservati sulla guerra, che includono dettagli sui metodi di tortura dei prigionieri a Guantánamo Bay e sugli attacchi aerei contro obiettivi civili a Baghdad. A novembre 2010 arriva Cablegate: l’intero archivio dei cablogrammi diplomatici riservati inviati dalle ambasciate americane nel mondo al Dipartimento di Stato di Washington. Complessivamente, il materiale rivelato in quei mesi supera i 10 milioni di documenti.

La fonte di tutto questo materiale è Chelsea Manning, allora analista dell’intelligence militare statunitense in servizio in Iraq, con accesso privilegiato a enormi quantità di documenti sia militari che diplomatici. Manning viene identificata dopo aver confidato online a un hacker di aver trafugato i documenti, e quell’hacker la denuncia alle autorità. Viene condannata a 35 anni di carcere nel 2013, pena che il presidente Barack Obama commuta nel 2017, permettendole di tornare libera dopo circa sette anni di detenzione.

Il prezzo pagato da Assange

Il successo globale di WikiLeaks segna l’inizio di una discesa personale per il suo fondatore che durerà oltre un decennio. Già nel 2010, poche settimane dopo l’esplosione mediatica di Cablegate, la procura svedese emette un mandato di arresto europeo contro Assange per accuse di violenza sessuale avanzate da due donne (accuse che verranno definitivamente archiviate solo nel 2017). Assange si consegna alla polizia britannica, passa nove giorni in carcere, viene rilasciato su cauzione, e nel novembre 2011 il Regno Unito accoglie la richiesta svedese di estradizione.

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A quel punto Assange fa la mossa che definirà il decennio successivo della sua vita: nel giugno 2012 si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, chiedendo asilo politico. Lo ottiene ad agosto dello stesso anno, e da quel momento vive per sette anni in una piccola stanza dell’ambasciata, sorvegliato ininterrottamente dalla polizia britannica pronta ad arrestarlo nell’istante esatto in cui avesse messo un piede fuori dal perimetro diplomatico.

La situazione collassa nell’aprile 2019: l’Ecuador, sotto una nuova amministrazione, revoca l’asilo accusando Assange di violazioni della convenzione internazionale sull’asilo diplomatico. La polizia britannica entra nell’ambasciata e lo arresta immediatamente. Un mese dopo, gli Stati Uniti presentano un’incriminazione basata sull’Espionage Act del 1917, la legge sullo spionaggio, con 18 capi d’accusa complessivi che includono anche la presunta complicità nell’hackeraggio di file del Pentagono. Se condannato su tutti i capi, Assange rischiava fino a 175 anni di carcere.

Segue un altro lungo capitolo giudiziario: 5 anni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, mentre gli avvocati combattono in tribunale contro l’estradizione richiesta dagli Stati Uniti, con ricorsi che passano dall’Alta Corte di Londra alla Corte Suprema britannica. Un giudice britannico stabilisce nel gennaio 2021 che Assange non può essere estradato perché rischierebbe il suicidio nelle strutture carcerarie americane, ma la sentenza viene poi ribaltata in appello nel dicembre dello stesso anno.

La svolta arriva il 24 giugno 2024. Assange accetta un patteggiamento con la giustizia americana: si riconosce colpevole di un solo capo d’accusa sui 18 originali, in cambio del riconoscimento della pena già scontata durante la detenzione preventiva in Gran Bretagna. Viene scarcerato immediatamente e riparte per l’Australia, il paese dove tutto era iniziato quasi mezzo secolo prima. Oggi, a un anno esatto dalla sua liberazione, Assange è un uomo libero.

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Perché il caso WikiLeaks conta ancora, 20 anni dopo

Il caso WikiLeaks non è rimasto confinato alla cronaca giudiziaria di un singolo individuo. Ha spinto cinque delle maggiori testate giornalistiche del mondo, il New York Times, il Guardian, El País, Le Monde e Der Spiegel, a firmare un appello congiunto perché le accuse contro Assange venissero ritirate, sostenendo che la sua incriminazione rappresentasse una minaccia diretta al giornalismo investigativo nel suo insieme. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, lo svizzero Nils Melzer, ha definito il trattamento riservato ad Assange una forma di persecuzione collettiva, denunciando il rischio che il caso creasse un precedente per la criminalizzazione del giornalismo investigativo sotto le leggi sullo spionaggio.

La domanda di fondo che WikiLeaks ha posto vent’anni fa resta senza una risposta condivisa a livello internazionale: dove finisce il diritto legittimo del pubblico a conoscere le azioni del proprio governo, e dove inizia il diritto altrettanto legittimo di uno Stato a proteggere informazioni sensibili per motivi di sicurezza nazionale? Nessuna piattaforma nata dopo WikiLeaks, dai leak giornalistici coordinati come i Panama Papers ai sistemi di segnalazione sicura come SecureDrop usato oggi dalle stesse testate che hanno difeso Assange, ha più tentato di rispondere a quella domanda con la stessa radicalità tecnica e politica.

Vent’anni dopo la registrazione di quel sito, l’eredità più concreta di WikiLeaks non è tanto nei singoli documenti pubblicati, quanto nell’aver dimostrato, per la prima volta su scala globale, che l’anonimato crittografico come quello garantito da Tor poteva rendere possibile un tipo di rivelazione che nessun giornale tradizionale avrebbe potuto pubblicare da solo. Quella dimostrazione tecnica, più delle singole rivelazioni, è ciò che i governi non hanno mai perdonato ad Assange.