Olivetti Programma 101: la storia del primo PC e del grande rimpianto tutto italiano

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  • Nel 1965 Olivetti presenta Programma 101, riconosciuta da diversi storici come uno dei primi personal computer al mondo.
  • Il progetto sopravvisse solo perché il suo ideatore lo tenne nascosto sotto il nome di "calcolatrice" durante una crisi aziendale.
  • Nonostante il primato tecnico, Olivetti cedette il 75% della sua divisione elettronica a General Electric proprio in quegli anni, perdendo la leadership che aveva contribuito a inventare.

Nel 1965 Olivetti presenta una macchina che sta su una scrivania, che ha una tastiera e che diversi studiosi della storia dell’informatica considerano oggi tra i primi personal computer della storia. La parte di questa vicenda che quasi nessuno racconta per intero è quella che viene dopo.

Cos’era davvero Olivetti Programma 101, spiegata semplice

A differenza dei calcolatori dell’epoca, enormi e riservati a università o grandi aziende, la Olivetti Programma 101, soprannominata in azienda “la Perottina“, stava su una scrivania, pesava circa 35,5 chilogrammi, aveva una tastiera a 36 tasti e una piccola stampante integrata, e permetteva di scrivere ed eseguire programmi memorizzati su schede magnetiche.

Era, nella sostanza, il primo computer pensato per un singolo utilizzatore alla propria scrivania: la definizione stessa di personal computer, anni prima che il termine diventasse comune. Il progetto nacque nella primavera del 1962, quando Roberto Olivetti, responsabile del settore elettronico, incaricò l’ingegnere Pier Giorgio Perotto di studiare la fattibilità di una macchina di calcolo automatica, alla portata di un utente non esperto e delle dimensioni di una normale macchina da calcolo da ufficio.

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Il 1964, l’anno in cui tutto rischiò di finire

Nel 1960 muore Adriano Olivetti e l’azienda entra in un periodo di forte instabilità. Nella primavera del 1964 la posizione finanziaria di Olivetti diventa critica: un gruppo di nuovi azionisti, guidato da Vittorio Valletta di FIAT, decide di ristrutturare l’azienda uscendo dal settore dell’elettronica, giudicato troppo oneroso. La soluzione individuata fu la cessione del 75% della Divisione Elettronica alla General Electric, un accordo che coinvolse circa 4.000 persone e diede vita alla nuova società Olivetti-General Electric (OGE). Il settore elettronico venne descritto, negli stessi documenti aziendali dell’epoca, come “un neo da estirpare”.

Il trucco che salvò il progetto

Perotto, temendo giustamente che il nuovo socio americano, orientato ai grandi calcolatori, non fosse interessato a un piccolo progetto di “microcomputer”, riuscì a evitare il trasferimento a OGE insieme al resto della divisione. Rimasto con un piccolo gruppo di collaboratori, praticamente dimenticato dalla struttura aziendale, portò a termine il prototipo alla fine del 1964, presentandolo internamente sotto l’etichetta meno ambiziosa di “calcolatrice” invece che di computer, un’etichetta che permise al progetto di sopravvivere ai tagli fino al lancio.

Il primato che l’Italia ha avuto

Alla fiera di New York del 1965 la Programma 101 fu un successo immediato. Tra i primi acquirenti ci fu la rete televisiva statunitense NBC, che ne comprò 5 esemplari per elaborare i risultati elettorali in diretta. La macchina fu utilizzata anche dalla NASA per calcoli legati alla missione Apollo 11 del 1969. Il valore dell’invenzione fu riconosciuto anche dalla concorrenza nel modo più diretto possibile: nel 1967 Hewlett-Packard versò a Olivetti 900.000 dollari dopo aver copiato, nel proprio modello HP 9100, il sistema delle schede magnetiche brevettato da Perotto e dal collega Giovanni De Sandre. Anche Siemens acquisì in seguito diversi brevetti dalla casa di Ivrea.

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Come e perché l’Italia perse quel vantaggio

Ceduta la Divisione Elettronica, le risorse interne di Olivetti per continuare a sviluppare l’elettronica erano quasi azzerate. Nonostante il successo commerciale della Programma 101 e il nuovo mercato che aveva contribuito a creare, l’azienda non investì per proseguirne lo sviluppo con la stessa ambizione: un gruppo di progetto aperto negli Stati Uniti non riuscì a produrre nulla di altrettanto innovativo, mentre i concorrenti internazionali, Stati Uniti in testa, si inserirono rapidamente in quel mercato appena aperto. Il vantaggio tecnico, reale e riconosciuto anche dai rivali americani con tanto di pagamento per violazione di brevetto, non si tradusse mai in una leadership industriale duratura.

L’innovazione tecnica dietro il nome

Al di là del primato storico, la Programma 101 introdusse soluzioni che sarebbero diventate standard negli anni successivi. Il sistema di memorizzazione su schede magnetiche ideato da De Sandre permetteva di salvare un programma su un supporto fisico grande quanto una cartolina e di ricaricarlo in un secondo momento, un concetto che anticipa di fatto l’idea stessa di software separato dall’hardware che lo esegue, oggi scontata ma allora rivoluzionaria.

La memoria interna, appena 240 byte, sembra oggi comicamente piccola persino rispetto al più semplice smartwatch in commercio, eppure bastò a rendere quella macchina capace di eseguire calcoli scientifici e ingegneristici complessi per l’epoca. Anche il design, spesso attribuito pubblicamente al designer Marco Zanuso, fu in realtà opera principalmente di Mario Bellini: un dettaglio minore, ma coerente con il filo conduttore di questa storia, quello di meriti italiani attribuiti ad altri o semplicemente dimenticati.

Cosa resta oggi di quella storia

Programma 101 è oggi esposta in diversi musei internazionali della tecnologia, incluso il MoMA di New York, ed è citata regolarmente nelle ricostruzioni storiche del personal computing come uno dei suoi antenati più diretti. I diritti di sfruttamento del brevetto, va detto per completezza, furono ceduti da Perotto e De Sandre a Olivetti stessa per una cifra simbolica, secondo la prassi aziendale dell’epoca.

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Resta comunque, nella percezione comune anche in Italia, un aneddoto poco noto invece che un capitolo centrale della storia dell’informatica mondiale.